Parr.a dei SS. Eleucadio e Valentino MM.

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LA PIEVE DEI SS. ELEUCADIO E VALENTINO MM.

La pieve di S. Eleucadio è sicuramente tra le più antiche della diocesi, pur se nominata la prima volta solo nell’anno 980,  la dedicazione al santo, vissuto nel II secolo e che fu terzo vescovo di Ravenna, ne fa risultare la fondazione alla dominazione bizantina dell’VII secolo. La chiesa che ne trae il nome  è attribuibile al XII secolo e nell’impianto base ricalca le proporzioni della pieve di S. Vitale di Carpineti, capostipite del romanico in provincia.

Nei primi decenni del XV secolo l’edificio fu oggetto di notevoli lavori tanto   che nel 1462, nel corso della visita pastorale, il  vicario generale mons. Marco Vergnanini, trovò la chiesa completamente rinnovata  miro opere rehedificata per dominum Iohannem de Ferris eiusdem Plebis dignum Archipresbiterum.

Nel 1626, al titolo di S. Eleucadio, fu aggiunto quello di S. Valentino martire, come attesta la lapide posta in alto, sul lato a sud, della navata centrale. Col passare del tempo è invalso l’uso di chiamare la chiesa col titolo di questo Santo ponendo in secondo piano la denominazione originaria.

Dalla pianta, realizzata nel corso della visita di mons. Marliani, datata 1664, possiamo rilevare  la chiesa con le sue tre navate, cinque altari , la torre, la sagrestia, il cortile interno circondato dal portico e la canonica. La navata centrale sopravanza le altre due, dal libro delle spese di don Pavarelli apprendiamo che la navata del fonte battesimale, cioè quella posta a meridione,  terminava poco dopo l’altare del Rosario così come l’altra navata arrivava al campanile e che fu lo stesso arciprete, nel 1673,  a farla prolungare fino all’altezza della porta maggiore e con la copertura a volto. Anche la rimanente parte della chiesa era stata coperta a volto nel 1668 su ordine dello stesso Don Pavarelli. La navata a settentrione fu poi allungata ai tempi dell’arciprete Caselli, nei primi anni del XIX secolo.

Ogni navata termina con un’abside: in ognuna è collocato un altare.

L’altare maggiore, fu edificato (o restaurato) dal parroco don Ercole Gorzanini, nel1627. Infondo al coro, dietro l’altar maggiore, si trova un grande quadro con la Madonna, il Bambino e i santi Eleucadio e Stefano protomartire.   Sulla sommità, è inserito un dipinto più piccolo che raffigura Cristo deposto dalla Croce. L’intera opera è stata restaurata nel 1991, pertanto mostra i colori originali che ne esaltano la bellezza Si tratta di un dipinto di Bartolomeo Tisi detto il Garofalo, pittore ferrarese vissuto fra il 1476   e il 1559, uno dei più quotati artisti del rinascimento italiano. Il Garofalo conosceva bene la famiglia Sacrati, che aveva la signoria su S. Valentino e vantava il diritto di giuspatronato sulla pieve, e fu proprio un membro di questa, Girolamo, a commissionargli, nel 1517, il nostro capolavoro.

Il tabernacolo dell’altare maggiore è opera di Martino da Casola.  A Casola di Montefiorino lavoravano  i Ceretti, che furono  artefici di numerose opere d’intaglio non solo nel Modenese, ma anche sull’Appennino Reggiano. Sono forse meno noti dei Cecati ma non meno importanti, i loro cibori venivano trattati a pittura e doratura, come la maggioranza delle loro ancone. Furono attivi per l’intero XVII secolo e il loro lavoro si ispirava a modalità decorative rinascimentali, con esiti di grande effetto. Esempio mirabile della loro opera il ciborio nella Chiesa di San Michele a Massa di Toano. Non abbiamo la certezza che il Martino autore del tabernacolo sia un Ceretti, il tabernacolo viene acquistato nel 1621, i Ceretti esaminati dagli studiosi nascono in questo periodo e di loro non si conosce la paternità, potremmo aver trovato il capostipite dei Ceretti.

Gli altri altari sono dedicati alla Madonna del Carmelo, alla Madonna del Rosario con S. Domenico di Guzman; ai santi Michele arcangelo, Carlo Borromeo e Pancrazio; ai santi Valentino e Antonio di Padova.

L’ancona dell’altare della Madonna del Carmine va attribuita al frate servita Carlo Guastucci, nato a Bologna e morto nel 1697, intagliatore al servizio della corte estense e che lavorò in molte chiese del modenese. Sue opere si trovano nella chiesa di S. Francesco a Sassuolo, nel santuario di Fiorano e nella chiesa della Madonna del Ponte  di Formigine. Gli viene inoltre attribuito il disegno del campanile di S. Giorgio a Sassuolo. ll Guastucci è autore di un gran numero di cornici destinate a ornare i dipinti della Quadreria Ducale, veri e propri capolavori del barocco emiliano.

La statua della Madonna del Carmine, conservata nella nicchia all’altare omonimo, è opera di Domenico Guattini, artista reggiano  attivo nella prima metà del XVIII secolo. A lui va attribuita la statua della Madonna conservata nella parrocchiale di Viano e datata 1735. Il Guattini è autore anche di altari e ancone nella chiesa di S. Domenico di Reggio. Era un eccellente stuccatore ma non disdegnava esibirsi nei lavori a scagliola e, nella chiesa di San Vito di Onfiano, si conserva un  paliotto raffigurante “La battaglia di Lepanto”, firmato e datato 1738.

Il fonte battesimale, datato 1842,  è opera di Lazzaro Tondelli e di un suo figlio non identificato. Il Tondelli fu sicuramente lo scagliolista più noto della prima metà dell’ottocento reggiano, sue opere sono presenti in moltissime delle nostre chiese. Di lui possiamo ricordare il fonte battesimale della chiesa di S. Pietro in Caviano (S. Polo d’Enza) del 1848, l’altare maggiore della chiesa dei SS. Donnino e Biagio di Rubiera, il restauro dell’altare delle tre sante nella chiesa di Muzzatella, l’altare maggiore nella chiesa di S. Domenico a Reggio e due altari nella chiesa di S. Giorgio sempre in città.

Anche le cantorie sono opera di un Tondelli ma non siamo certi si tratti di Lazzaro, esse furono costruite circa 30 anni prima del battistero, sotto il governo parrocchiale di don Donnino Caselli, morto nel 1814. Probabile autore delle cantorie è  Francesco Tondelli, apprezzato scagliolista, autore del  monumento funebre a Lazzaro Spallanzani eretto, nel 1808, nella chiesa parrocchiale di Scandiano e che conserva l’urna col cuore del grande scienziato. Dall’atto di matrimonio di Lazzaro, celebrato a Reggio nel 1812, apprendiamo che suo padre si chiamava Francesco ma non abbiamo ancora la certezza che si tratti della stessa persona.

Sempre dai documenti sappiamo che Lazzaro Tondelli aveva due figli maschi: Giovanni e Francesco. Non sappiamo quale dei due sia colui che aiuta il padre a realizzare il nostro fonte battesimale ma entrambi i fratelli erano scagliolisti e loro lavori sono conservati in molte chiese della nostra diocesi.

La  facciata, decorata da guglie, ha due rosoni, un’ampia finestra ed un portale a tutto sesto decorato da una cornice in cotto a motivi floreali. La cuspide del campanile, colpita da un fulmine, è stata ricostruita nel 1951 con una pesante piramide in cemento, non rispettando l’originale che terminava con una guglia.

Nel 1997, davanti all’altare di S. Michele, sono stati collocati i resti mortali del Servo di Dio, Rolando Rivi (1931-1945), del quale è in corso la causa di beatificazione.

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